LE CHIESE
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Si racconta delle 3 chiese (c'è chi dice 4) costruite nel paese piacentino
che
L'attuale parrocchiale è stata costruita su un terreno
donato da un uomo chiamato SANELU che aveva 70 anni ed era ancora celibe e
per questo motivo i suoi parenti più prossimi cominciavano ad interessarsi
alla sua eredità. Fu così che lui si recò ad Ascona, prese una giovane del
luogo e la sposò.
In sieme misero al mondo 7 figli e le sue terre vennero divise in 7 parti
uguali tra i 7 figli e sono nominate ancora oggi Reditine.
Intorno alla metà del XVI Secolo, la valle dell'Aveto non
brillava certo per ricchezza e, in particolar modo nelle zone di confine tra
il Marchesato di Santo Stefano e quello di Gambaro, il contrabbando ed il
banditismo erano una pratica comune di sostentamento: per combattere questo
fenomeno nel XVII secolo a Torrio venne ubicata una caserma doganale dove
era di stanza una guarnigione di guardie del Ducato di Parma, che nel
frattempo aveva assorbito il piccolo Marchesato dei Malaspina di Gambaro.
La caserma di Torrio, nel 1852, in seguito ad una frana, venne apostata sul
Crociglia nel 1852 ed all'epoca della sua costruzione doveva rappresentare
un modello nel suo genere; infatti, oltre ai suoi accurati finimenti,
interni ed esterni, essa disponeva di un tetto di rame per fronteggiare la
tormenta che in parecchi mesi dell'anno in quel luogo imperversa.
In realtà è stato accertato che subito dopo la sua costruzione l'edificio
trasudava umidità, sopratutto nelle parti che dovevano essere usate dal
ricevitore - tanto che l'ufficio di ricevitoria aveva dovuto essere
trasferito a Gambaro, in un locale preso in affitto, in attesa dei lavori di
risanamento che comprendevano una diversa sistemazione della copertura di
rame.
L'annessione dell'Emilia al Regno d'Italia segnò però per quella caserma una
fine immatura. Lasciata dal Governo Italiano nel più completo abbandono
venne saccheggiata da vandali d'occasione e con l'asportazione del suo tetto
prezioso non tardò a tramutarsi nell'attuale imponente rudere.
Un importante documento datato 21 Ottobre 1758 redatto dal
notaio Giuseppe Tassi registrava che in quell'anno tutte le terre di Ascona,
Pievetta, Santo Stefano e Torrio erano state invase e devastate dai bruchi e
che nessuna semenza aveva potuto crescere e maturare.
I reggenti del Castello di Santo Stefano, per rimediare ai danni, tramite il
principe Doria, otennero una bolla papale, datata 16 settembre 1758, a firma
di Clemente XII in cui si autorizzava il Vescovo di Bobbio, Mons. Gaspare
Lancellotto Birago, con facoltà di delega ad altri, ad impartire la
benedizione apostolica ai campi "affinché i bruchi fuggissero dal cospetto
della Santissima Croce, che loro venne mostrata".
Il vicario generale della diocesi di Bobbio, Cambiaggio Michele, delegò
Annibale Besozzi, patrizio Milanese e teologo della sapienza Romana della
Cattedrale di Bobbio, che si recò a Santo Stefano per un triduo di
penitenza: all'ora del vespro del terzo giorno "tenne un sermone sul
significato della funzione ......poscia con una croce formata di antica e
montana quercia, benedisse alle quattro parti del mondo. La detta croce
baciata da lui e dal popolo, fu piantata sul Monte di Mezzo mentre le
popolazioni dei quattro villaggi fecero voto di mantenerla in perpetuo a
ricordo del fatto ed in ringraziamento del favore ottenuto".
I detti popolari dicono che durante la benedizione il Vicario prese due
pietre e con queste schiacciò alcuni bruchi. Da allora gli abitanti delle
quattro parrocchie si ritrovano ogni anno il giorno dopo Pentecoste per
rinnovare il voto espresso nel lontano 1758. Da ogni paese parte una
processione che si ritrovava con le altre sulla cima del Monte di Mezzo dove
il sacerdote impartisce la benedizione ed i fedeli cantano il "Vexilla".
RACCONTI E LEGGENDE
Si
racconta che nella caserma del Crociglia era stato inviato un giosvane
doganiere che, pur essendo un semplice militare, era di gran lunga più
intelligente e più colto dei suoi compagni e dello stesso comandante della
caserma. Il suo superiore, invidioso delle qualità del giovane, aveva deciso
di danneggiarlo inviando alle superiori autorità di Piacenza, in rapporto a
suo carico farcito di accuse gravissime. Arrivò pertanto al Crociglia una
commissione incaricata di far luce sull'episodio ed il povero doganiere
decise di ricorrere ad una dimostrazione plateale. Mentre stavano arrivando
i commissari, estraesse di tasca un pipistrello e, spaccatolo a metà, lo
inchiodò sopra la porta di ingrasso con un biglietto nel quale proclamava la
sua innocienza. La commissione, impressionata da quel gesto, iniziò
l'inchiesta e riusci a far emergere la verità. Il giovane insomma, come quel
pipistrello, era una vittima innocente. Così il comandante venne severamente
ammonito ed il doganiere ottenne a Piacenza una mansione più adatta alla sua
preparazione.
Risulta dalla tradizione che nella caserma della dogana vi
trovarono la morte due doganieri colpiti da un fulmine ed un vecchio di
Torrio, un certo Rezzoagli Domenico detto "il rosso" sosteneva che suo
nonno, ex soldato di Napoleone I, fu tra coloro che andarono a prelevare i
cadaveri.
RACCONTI E LEGGENDE
Nel paese vi è una leggenda che narra: che sopra Torrio, sull'antichissima strada del Crociglia (dal Ferretto classificata romana), un tempo esisteva un ospizio retto da suore, poiché le pietre adiacenti sono chiamate Pietre Sorelle e la rupe che sostiene la spianata sulla quale risiedeva il convento viene tuttora chiamato Rupe delle Monache. Questa leggenda può avere un fondamento di verità, poiché in quella zona così appartata e sferzata dalla tormenta a 1500 metri di altezza l'esistenza di un ospizio a tutela del viandante sembrerebbe un fatto più che necessario ma che esso fosse retto da monache è totalmente da escludersi perché oltre ad essere ciò vietato dalle leggi ecclesiastiche, tali prerogative furono sempre esclusivamente riservate a monaci, sopratutto a quelli dell'ordine di S. Benedetto.
"Ad un individuo di sentimenti buoni, riesce gradito
conoscere il passato del paese dove è cresciuto, la terra ove conobbe le
prime gioie, i primi dolori, dove i suoi avi vissero e soffersero. Gli
appare qualcosa di intimo e sacro superiore ad ogni confronto"
E' questo lo spirito che ci ha spinti alla realizzazione di questa mostra ed
alla raccolta di queste nozioni più o meno storiche.
Vi auguriamo pertanto un "buon percorso" che per alcuni sarà un rievocatore
vecchi ricordi e per altri sarà la scoperta di informazioni, luoghi e volti
riguardanti le sue origini.
Aneddoti
Prima di giungere nel paese di Torrio si passa un torrente, poco lontano dal
quale c'è una grotta in cui si dice abbiano dimorato le fate, che di notte
uscivano per fare asciugare le lenzuola sull'erba. Molti affermano di aver
visto realmente qualcosa biancheggiare vicino alle acque.
Che i diè da setimana i nen mancu a sè pru vin.
Jè u ga una cazza de frumento che tutt'i ratti i ghe ballu drentu.
Il fidanzamento Le nozze la morte![]()
I giovani vanno alle feste, ai mercati alle
fiere; si fanno la ragazza e, specie in montagna, vanno a vegià nelle lunghe
sere d'inverno nella casa di lei. Quando i familiari e gli amici si
accorgono che i due fanno coppia fissa, li lasciano soli.
A volte questi amori finiscono in nulla di fatto, a volte si concludono con
un fidanzamento e un matrimonio.
A Torrio, in occasione dei matrimoni, i coetanei e gli
amici degli sposi li accompagnano in chiesa; all'uscita si schierano sul
piazzale cantando canzoni augurali, che sarebbe interessante poter
risentire.
Subito dopo la morte, avviene la vestizione con gli abiti più belli da parte
dei parenti o dei compaesani.
Si pone tra le mani del defunto un rosario. In alcune zone è tradizione
mettere invece la foto di una persona cara scomparsa precedentemente perché
si trovi con essa nell'al dì là.